Prof. Nicola Barbatelli

Prof. Nicola Barbatelli

LA BALLERINA FUORI DAL CARILLON
In un contesto artistico segnato da accelerazioni tecnocratiche e da un’inquietante riduzione del
linguaggio visivo a flusso decorativo o citazionista, l’arte contemporanea pare talvolta smarrire la propria
funzione primaria: non tanto innovare il segno, quanto interrogare l’umano, costringerlo alla
riflessione, fargli dono di uno spazio interiore in cui non sia ridotto a consumatore di immagini, ma
sia riconosciuto come soggetto pensante, fragile, desiderante. In tale scenario, l’opera di Sonia Vinaccia
costituisce una meravigliosa riscoperta. Non perché si tratti di un linguaggio dimenticato, o perché lo
stile dell’artista attinga a grammatiche obsolete, quanto piuttosto perché la sua ricerca restituisce alla
pittura la possibilità di essere luogo di coscienza, fucina di senso e gesto civile. La sua non è una pittura
che si impone, ma che interpella. Non urla, ma resiste. Non aggredisce lo spettatore, ma lo conduce in
una soglia di silenzio in cui lo sguardo torna a farsi esperienza etica.
Fin dai suoi esordi, e con una coerenza che attraversa oltre trent’anni di attività espositiva tra l’Italia e
l’estero, Sonia Vinaccia ha dato prova di una vocazione assoluta, non effimera, in cui la figurazione
non è rifugio estetico né strategia di accessibilità, ma esito naturale di un pensiero simbolico radicato.
Le sue opere non sono mai illustrative, e tuttavia raccontano. Non mimano la realtà, e tuttavia ne
evocano l’essenza più profonda. La superficie pittorica si fa, in ogni caso, membrana sensibile, varco
aperto verso la condizione umana e i suoi stati liminari. Laddove molti artisti contemporanei si
ripiegano su un nichilismo formale o su una spettacolarizzazione del trauma, Vinaccia opta per una via
più rischiosa e più autentica: quella della mitezza. Il che non significa arrendersi, ma al contrario
opporsi. Perché nel suo lessico pittorico, la gentilezza non è sentimento, ma posizione politica. È ciò
che consente all’artista di schierarsi, pur senza mai urlare. Di denunciare, senza mai ferire. Di affermare,
senza aggredire.
In questo senso, ogni sua tela può essere letta come un luogo di ascolto, in cui l’immagine si fa atto
relazionale, soglia morale. È quanto accade nelle opere comprese nel ciclo intitolato Il mondo solidale di
Vinaccia, che costituiscono il cuore di una riflessione ampia e stratificata sulla fragilità come forma di
forza, sulla dolcezza come grammatica alternativa al linguaggio della sopraffazione, sull’altruismo come
progetto di resistenza. Opere come L’arte di essere fragile, Io non mi diverto, L’insostenibile leggerezza
dell’essere, Le ali della libertà o Centro di gravità permanente tracciano una topografia della vulnerabilità,
ma anche della salvezza. L’iconografia è lieve, spesso giocata su elementi infantili o zoomorfi, ma mai
ridotta a stilema. Dietro ogni figura si cela una costellazione emotiva, una micronarrazione che tocca il
corpo dell’osservatore. Il dolore non è estetizzato, ma raccolto. La sofferenza non è spettacolarizzata,
ma tradotta in occasione di pensiero.
Il lessico figurativo impiegato da Vinaccia è raffinato e calibrato. L’artista predilige il supporto su lino
o tela, con una stesura del colore che evita ogni saturazione eccessiva. La pennellata è disciplinata, il
segno netto ma mai freddo. L’immagine, sebbene costruita con un impianto figurativo riconoscibile, si
concede frequenti slittamenti simbolici, spostamenti del senso che avvicinano la sua opera a un realismo
visionario, nel quale il dato reale è solo il punto di partenza per una interrogazione metafisica o psichica.
A tratti sembra echeggiare il mondo fluttuante di Marc Chagall, con le sue figure sospese e i suoi oggetti
smaterializzati, ma l’anima vinacciana è meno estroversa, più raccolta, più inclinata alla meditazione.
La scena non si espande in un vortice lirico, ma resta in uno spazio concentrato, come se l’artista volesse
chiedere al tempo di rallentare, di osservare, di sentire.
Un’opera come Io ballo da sola cristallizza questa poetica con particolare forza. La ballerina, imprigionata
in un carillon e costretta a ripetere eternamente una danza altrui, si libera e rompe il cerchio,
assumendo la responsabilità del proprio gesto. L’opera non parla solo di emancipazione femminile,
sebbene quel piano sia pienamente presente. Parla, più in profondità, del rifiuto di una coreografia
imposta, di una scenografia esistenziale che non appartiene al soggetto. È una riflessione sull’identità
come atto di insubordinazione delicata, sull’individualità come conquista che passa attraverso la rottura
dei ritmi prescritti. La ballerina non scappa, non urla, non distrugge. Semplicemente cambia passo. E
questo gesto minimo, rappresentato con una sintassi pittorica morbidissima, diventa un atto di
sovversione.
L’universo simbolico dell’artista si arricchisce inoltre di continui riferimenti mitici e psicanalitici,
sempre filtrati da una personale cifra poetica. Opere come Escape, Non può nevicare per sempre, Solidarietà
e amore, Il peso della cultura, Penelope o Qualcuno volò sul nido del cuculo popolano la galleria
dell’immaginario con personaggi che sembrano giunti da un teatro onirico in cui il trauma non è mai
nudo, ma sempre traslato, subìto e assieme affrontato. È in questa traslazione che si rivela la qualità più
alta della sua pittura. Vinaccia non denuncia, sublima. Non mostra, suggerisce. Non condanna, ricuce.
E in questa misura il suo operato si distingue con nettezza tanto dall’estetica della provocazione quanto
da quella del decoro.
La scelta di recuperare elementi fiabeschi, zoomorfi, archetipici o infantili non risponde a un’esigenza
evasiva. Al contrario, si tratta di strumenti cognitivi che consentono all’artista di disinnescare la retorica
della violenza e di proporre, in cambio, una lingua altra, più radicale proprio perché non assertiva. Non
vi è nulla, nelle sue opere, che somigli a una imposizione. Ogni cosa è invito, soglia, apertura. In tal
senso, l’intero progetto si pone come una pedagogia dell’immaginazione etica, in cui la pittura è
esercizio di compassione, ma anche di lucidità. E se in Dalìsciotte della Mancia si avverte un’esplicita eco
surrealista, quel riferimento non è mai manieristico. L’influenza di Salvador Dalí è metabolizzata e
restituita in chiave più intima, meno spettacolare, più sognante che allucinata. L’elemento visionario,
nella sua opera, non serve a deformare la realtà, ma a redimerla.
Anche il tema della marginalità psichica viene affrontato con una delicatezza radicale. L’opera È
scomparso un tricheco sul nido del cuculo descrive due internati psichiatrici intenti a costruire la neve, con
ciò che hanno, in un ambiente che nega ogni magia. È un atto di creazione e di resistenza insieme. Non
sono “matti” quelli chiusi nel manicomio: sono uomini che non rinunciano alla speranza. I veri folli
sono fuori, nel mondo dell’iperproduttività, dell’aridità sentimentale, dell’indifferenza generalizzata. La
pittura qui non racconta una storia, ma costruisce una fessura, un’intercapedine nella quale si intravede
ancora una possibilità di salvezza.
Altro nucleo fondamentale della ricerca di Vinaccia è rappresentato dal rapporto con la natura. Il ciclo
La natura e i suoi elementi comprende opere come Noah’s Ark, L’era glaciale, O’ Cardillo, Il peccato originale
e L’ultimo fiore del Paradiso, in cui la terra appare come organismo sensibile, silenzioso e ferito. La natura
non è sfondo né ornamento: è personaggio, testimone, talvolta giudice. Qui la pittura si fa quasi iconica,
prossima a una nuova sacralità laica, in cui ogni creatura merita attenzione, rispetto, ascolto. L’uomo
non è più al centro, ma al margine, in una posizione umile e consapevole. E se si volesse tracciare una
genealogia ideale, si potrebbero evocare non solo Franz Marc o Joseph Beuys, ma anche le tensioni
etiche di Ligabue o la dimensione sacrale di Frida Kahlo.
In definitiva, l’opera di Sonia Vinaccia rappresenta una delle più compiute declinazioni di un’arte
morale nel nostro presente. Non moraleggiante, né consolatoria. Un’arte che si pone come spazio di
coscienza e di racconto, come gesto di fiducia nell’umano nonostante tutto. In un’epoca in cui la
velocità, il cinismo e l’indifferenza sembrano diventati canoni estetici, la sua pittura invita a fermarsi, a
guardare, a scegliere. A restare.
L’esperienza percettiva che si produce dinanzi a un’opera di Sonia Vinaccia non è mai meramente
estetica, poiché lo sguardo è sollecitato in profondità da una molteplicità di livelli di senso che si
sovrappongono senza dissonanza. Il piano della narrazione simbolica, quello dell’impegno morale, la
riflessione antropologica, la denuncia sociale, la trasfigurazione onirica: tutto si lega in un’unità
complessa, mai semplicemente armonica, ma sorvegliata da una regia compositiva che coniuga rigore e
immaginazione. In tale orizzonte, la pittura si costituisce come linguaggio autosufficiente, ma mai
autoreferenziale, capace di restituire uno spazio di esistenza condivisa in cui lo spettatore non è
spettatore ma parte attiva di un dialogo etico.
Le figure che abitano le tele di Vinaccia, a prima vista lievi e sorridenti, si rivelano invece centri
magnetici di tensione poetica. La leggerezza, cifra solo apparente, nasconde una stratificazione
semantica che rinvia a situazioni di costrizione, a esperienze di esclusione o marginalità, a disfunzioni
relazionali che affliggono l’individuo in quanto essere sociale. In questa logica si comprende
l’importanza attribuita, nel suo lavoro, ai corpi che cadono, che si torcono, che galleggiano o che
scompaiono. Il corpo non è mai neutro: porta inciso su di sé l’intero peso della storia collettiva e insieme
la memoria personale. Il gesto pittorico lo definisce ma non lo fissa: lo lascia fluttuare in uno spazio di
possibilità, tra emersione e dissoluzione.
Tale poetica si articola con particolare efficacia nelle opere dedicate all’universo animale. Qui Vinaccia
non propone una visione idilliaca della natura, ma un sistema allegorico coerente in cui ogni creatura
evoca una condizione esistenziale. L’unicorno, l’ancora, il cavallo a dondolo, il cardellino, il tricheco,
il circo, la bambina con la coccinella: si tratta di presenze simboliche che non alludono a una favola né
a un repertorio fiabesco privo di coscienza, ma piuttosto a una mitologia etica che mette in scena
l’interiorità. Non vi è nulla di consolatorio in questi soggetti: ogni elemento è una ferita o una soglia,
un’interrogazione che si nasconde dietro l’apparenza dell’ingenuità. Proprio per questa loro natura
ambigua, tali immagini sfuggono a una lettura univoca e si impongono come apparizioni che richiedono
un tempo lungo di osservazione.
Questa necessità del tempo, che è esigenza costitutiva della pittura di Vinaccia, si oppone frontalmente
alla fruizione rapida e distratta a cui le arti visive contemporanee si sono ormai abituate. La sua opera
chiede attenzione, raccoglimento, permanenza, e lo fa senza alcuna strategia coercitiva. Il quadro non
urla per farsi guardare: invita a restare. In tal senso, l’artista sembra voler proporre un nuovo patto tra
immagine e fruitore, fondato sulla reciprocità, sull’ascolto, sulla sospensione del giudizio. Lo spettatore
è chiamato a fare esperienza di una bellezza che non è possesso ma relazione. E questa bellezza, lontana
dalle canonizzazioni accademiche o dai vezzi estetizzanti, si afferma come qualità etica dell’apparire.
All’interno di questa architettura simbolica, il concetto di infanzia assume un ruolo nodale. Non si
tratta di una tematizzazione dell’età anagrafica, ma della messa in forma di una postura esistenziale,
quella dell’essere ancora disponibili allo stupore, alla meraviglia, alla tenerezza, ma anche alla paura e
alla solitudine. Le figure infantili che popolano le sue tele, spesso ridotte a silhouette, a sagome dai
tratti minimali, incarnano una condizione liminare in cui il soggetto non è ancora stato reso funzionale
al sistema sociale. È in questo stato di sospensione che l’individuo può ancora scegliere, immaginare,
aprirsi all’altro. Ma l’infanzia, in Vinaccia, è sempre minacciata: da una società che non educa ma
costringe, da adulti che non comprendono ma reprimono, da strutture che trasformano la cura in
sorveglianza.
A tal proposito, la funzione pedagogica che si può attribuire all’opera dell’artista non va intesa in senso
istituzionale, né tantomeno paternalista. Non si tratta di un’arte che insegna, ma di un’arte che
interroga. Il suo valore formativo risiede nella capacità di risvegliare, nello spettatore, la coscienza della
propria posizione nel mondo. Ogni tela è una domanda aperta, un invito alla responsabilità, una spinta
verso la rielaborazione personale dei contenuti. È questo che rende la sua pittura radicale, nel senso
più profondo e autentico del termine. Non perché gridata, non perché sperimentale, ma perché capace
di toccare la radice dell’umano, la sua necessità di senso, la sua fame di giustizia, la sua sete di bellezza.
Nel contesto dell’arte figurativa italiana dell’ultimo quarto di secolo, l’opera di Sonia Vinaccia si colloca
in posizione autonoma, lontana da ogni corrente, irriducibile a scuole, linguaggi condivisi, estetiche
dominanti. E tuttavia la sua solitudine non è isolamento. La sua voce risuona forte proprio perché non
si confonde. In un sistema dell’arte che spesso premia l’effimero e lo spettacolare, la sua coerenza
formale e contenutistica, la sua fedeltà ai temi e alla tecnica, il suo costante lavoro sull’immaginazione
simbolica e sullo sguardo interiore costituiscono una forma di opposizione fertile, di testimonianza
luminosa. Un’opera che non cerca il consenso, ma l’incontro. Che non ha fretta, ma ostinazione. Che
non impone, ma custodisce.
Questa custodia è anche custodia di memoria. In molte delle sue opere si avverte un senso profondo di
appartenenza a un universo in via di scomparsa. Un mondo in cui le cose avevano ancora un’aura, in
cui gli oggetti parlavano, in cui le relazioni erano attraversate da un sentimento di presenza e non di
calcolo. Non si tratta di nostalgia, bensì di fedeltà. Vinaccia non vuole tornare indietro, ma vuole salvare
ciò che rischia di andare perduto. Ogni suo quadro è un’arca, un archivio della sensibilità, un deposito
di affetti che il presente tende a trascurare. La sua arte non è un rifugio: è una testimonianza.
Chi osserva attentamente la sua produzione, sia nei lavori di piccolo formato che nelle opere più
complesse, non può non riconoscere la straordinaria tenuta poetica di un percorso che, pur evolvendosi
nel tempo, ha saputo restare integro. Il suo lavoro non ha ceduto alle mode, né si è lasciato sedurre
dall’astrazione come strategia di evasione. È rimasto fedele alla forma, ma senza rigidità. È cresciuto
nella profondità, non nella superficie. È andato avanti, ma senza perdere la radice. E proprio in questa
fedeltà alla propria visione, così personale e insieme universale, risiede la forza della sua opera.
Sonia Vinaccia, in conclusione, è artista rara. Non perché appartenga a un’élite, ma perché si è
mantenuta intera in un mondo frammentato. Il suo lavoro è un dono che non si concede a una lettura
rapida. Esige tempo, ascolto, presenza. Ma chi accetta l’invito ne esce trasformato. Non tanto per ciò
che ha visto, quanto per ciò che ha compreso, o ricordato. E forse è proprio questa la funzione ultima
dell’arte: non solo mostrare ciò che non si vede, ma restituire ciò che si è dimenticato di sentire.
Nicola Barbatelli